Fino in capo al mondo

Oggi avevo un mal di pancia assurdo. Colpa dei 5 caffè che ho preso stamattina. Ma dovevo temporeggiare a Bari sino che Jordi finisse l’esame di spagnolo, così sono andata al bar a scrivere. E siccome non mi veniva nulla in mente ho iniziato diverse bozze fra un caffè e l’altro. Non è stata una buona idea. Ma nell’ultimo periodo non è che io abbia delle ottime idee. Se le avesse le scriverei, ma non è il caso. Quindi dicevo che ero al bar e non mi veniva nulla in mente. Il vuoto totale. Mi è venuta l’angoscia perché volevo aggiornare il blog ma non sapevo come. Mi sono promessa di non abbandonarlo mai più perché mi era mancato, e ora che l’ho ripreso non voglio lasciarlo in bianco. Ho iniziato un racconto sui bambini, ma l’ho cestinato subito perché dovesserlo mai leggerlo mi toglierebbero l’amicizia su Facebook. Anche se loro non hanno facebook. Ma fa niente. In tutto caso erano fatti loro che non mi è sembrato il caso di raccontare. Poi ho iniziato un altro post, sulla scelta di vivere a Bari, ma l’ho riletto tre volte e ho cestinato pure quello. Sembrava un post di Puglia Promozione. Poi ho iniziato il terzo, ma mi è entrato un messaggio di Jordi che diceva che l’esame era andato bene ed usciva a festeggiare con gli amici. E quindi ho aspettato a vuoto. Sono rientrata a Molfetta, da sola. E siccome non sapevo cosa fare ho preso altri due caffè. In attesa di Jordi. Perché mi ha detto che mi farà sapere. Eh già. Non so quando andrò a riprenderlo. Mi sento un Uber.  In attesa di una chiamata di mio figlio di 12 anni che è in giro per la città con i suoi amici. E quindi non posso programmare nulla. Perché appena mi chiama io devo partire. Io non so in quale preciso momento i suoi impegni hanno superato i miei, ma è successo. Ho pranzato da sola del cibo che ho scongelato. Una altra bomba per il mio stomaco e l’ennesimo attentato alla mia salute. Mi ha poi scritto che lui pranzava a Bari, di non preoccuparmi. Così sono passate le ore e di Jordi nessuna traccia. Sino ora, che mi ha chiamata. Mi ha detto di andare in centro, per poi dirmi di andare da tutta una altra parte, a casa dell’amichetto. E così ho girato per Bari, a destra e sinistra, alla ricerca di Jordi. E quando l’ho ripreso e l’ho visto così felice, mi è passato il mal di pancia. E mi sono detta che la giornata non era stata poi del tutto persa. E quanto la mia felicità dipenda dalla sua, mi è stato più evidente di mai. Rientrando a Molfetta mi ha raccontato dall’esame, della passeggiata, dello shopping e del pranzo. Ed era entusiasta. Si sente grande. Poi ho chiamato al papà, per dirle che il pulcino era tornato al nido. Un po’ più cresciuto, un po’ più leggero. Questa sera lo porterò al sushi, approfittando che i fratellini non ci sono. Saremo lui e io, come ai vecchi tempi. Senza distrazioni. Le farò lasciare il cellulare in tasca. E io dimenticherò il mio in borsa. Era da tempo che non avevo una cena così importante. Col mio ometto. Che sta crescendo ma ha ancora bisogno di me. Almeno per il trasporto. E io sono contenta di fare l’autista. Anche se mi sento un Uber. Anche quando nessuno mi ringrazia. Incluso quando mi lascia le ore ad aspettare. Perché solo per vedere il suo sorriso io me lo andrei a riprendere fino in capo al mondo.

Pubblicato da Clara Roglan Macias

Sono Clara, spagnola e catalana di origine, "tedesca" ed "italiana" di adozione. Sono mamma di 3 bambini felici e 2 aziende che mi mancano da morire. Ho iniziato a scrivere durante la mia quarantena, e mi fa bene.

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