Il mio inverno più lungo

Se dovesse scrivere su questo inverno probabilmente direi che è stato il mio inverno più lungo. Le giornate sembravano non finire mai e tranne i momenti trascorsi in università e le passeggiate con Kiwi, il tempo è trascorso piano e languido come l’orologio di sabbia del minibar. Non so se sia stata la routine, i pomeriggi di scuola – calcio – casa – lavatrice. Il dolore della perdita o il peso schiacciante dei ricordi. Le delusioni. Tante. Intense. Inattese. Insospettate. In ogni modo ho atteso con ansia la primavera. Come se lo sbocciare dei fiori potesse fare fiorire in me qualsiasi tipo di emozione. Anche queste sono andate in letargo durante il mio inverno più lungo. E poi c’era il buio. Quello della notte. E il freddo. Sempre durante la notte. E i dubbi. E le paure. E le incertezze. E le ore che non passavano e io che mi chiedevo di fronte allo specchio dove io fossi andata. Dove sei? È la domanda che più mi sono posta nel mio inverno più lungo.

C’è stato anche il viaggio a Barcelona, certo. Ma questo non mi ha datto se non un senso di solitudine come solo una grande città può darti. E non parlo della freddezza dell’asfalto o l’anonimato dei centinai di volti incrociati per strada. Era una solitudine strana questa, diversa. Uno smarrimento sinora sconosciuto. E per la prima volta, non mi sono sentita a casa. E avevo solo voglia di rientrare a Molfetta. Volevo un cappuccino del cin cin bar. Come se un caffè potesse riscaldarmi il cuore. Ingenua io. Sono rientrata a Molfetta e questo senso di solitudine è rimasto. La sera, nel mio balcone, fumavo una sigaretta mentre osservavo le finestre illuminate dei palazzi vicini. Chi sono e cosa fanno? Mi chiedevo. E mi rendevo conto di non conoscere se non un paio di vicini. Solo una sera, subito dopo aver appeso il bucato, ho avuto un momento, un attimo, che mi ha ricordato vagamente il senso di felicità. Mi ha invasa l’odore fresco del detersivo. Ed è bastato quello che mi sono ricordata di quando appendevo il bucato con mia madre. E poi ho guardato in cielo e le ho chiesto dove fosse. E con lei, me.

Penso il mio inverno più lungo sia finito. Ultimamente sono più allegra e più ottimista. E anche se non c’è una ragione, sorrido più spesso. E le notti non sono più fredde né buie. Ho ripreso a leggere. Ho ripreso a scrivere. Ho ripreso a vivere. Perché mi sentivo morta dentro. Come se qualcosa si fosse spenta. Le passioni erano andate via. Il solo ridere dei bambini non mi bastava.

Penso che ricorderò per sempre questo inverno come il periodo in cui ho vissuto senza vivere. Dove le giornate sono stati fogli ingialliti di un calendario che non mi apparteneva. Dove il tempo non mi è stato amico ma nemico. Non so cosa ho avuto. Io mi credevo forte. Forse è stato tutto troppo. Troppe cose, troppo in fretta, troppo intense. Forse avevo bisogno di lentezza, di riposo, di pausa e deconessione. Forse è stato necessario sconnetermi di me stessa per ritrovare me stessa. Non so se ci sia riuscita. Ma sento che mi sono lasciata alle spalle questo inverno che sembrava non volere finire mai.

In questo periodo le canzoni in radio sembravano pugnali che incidevano con forza sulle ferite ancora aperte. Ho dovuto guidare in silenzio, con la sola compagnia dei miei pensieri. Sempre in questo periodo i film non mi dicevano niente, ad eccezione di C’è ancora domani, Wonder e Past lives. Mi hanno fatto piangere per dentro, perché anche se ha piovuto, in questo inverno non ho versato una lacrima. Anche i libri non mi sono stati di aiuto. Le parole non mi dicevano niente né mi provocavano alcun sospiro. Le mostre nemmeno, anche se mi sono commossa ascoltando il suono del mare a Barcelona, nella mostra di Rosella.

Se sfoggio l’album dei ricordi di questo inverno così lungo vedo solo attimi che non mi sono appartenuti. C’ero ma non c’ero. C’ero senza esserci. Non c’ero durante le partite dei bambini. Non c’ero quando li andavo a prendere a scuola. Non c’ero quando mi raccontavano le loro giornate e annuivo come un automata come se mi interessasse. Non c’ero alla loro recita di Natale e non c’ero nemmeno ai compleanni. Non ci sono stata con le due uniche amiche che mi hanno fatto compagnia nel mio inverno più lungo ne con quelle con cui mi sono sentita per whatsapp, perché i km che separano la Spagna e la Germania dalla Italia non ci hanno mai separate. Non c’ero nelle telefonate con papà, e questa cosa mi ha fatto male. Quante volte non ho risposto al telefono per non soffrire. Non c’ero con le conoscenti e i conoscenti. Ho parlato senza dire e ho ascoltato senza sentire. Ho mangiato. Ma non mi sono nutrita. Se morire assomiglia a qualcosa direi che potrebbe assomigliare al mio inverno più lungo.

Ma oggi è primavera. E l’inverno è finito. E l’ho passato da sola. Più che da sola, l’ho passato in solitudine.  Senza di me, perché io non c’ero. E mi sento orgogliosa di questo. E questa mattina mentre ero sotto la doccia mi sono sorrisa a me stessa e mi sono detta, bentornata amica. E quando mi sono avvolta nell’asciugamano ho sentito che ero felice. Ho sentito l’odore del sapone e ho chiuso forte gli occhi. Per annusarlo più forte ancora. E ancora una volta mi sono guardata allo specchio e mi sono chiesta dove io fosse. Sono qui, mi sono risposta, con te.

Pubblicato da Clara Roglan Macias

Sono Clara, spagnola e catalana di origine, "tedesca" ed "italiana" di adozione. Sono mamma di 3 bambini felici e 2 aziende che mi mancano da morire. Ho iniziato a scrivere durante la mia quarantena, e mi fa bene.

Lascia un commento