Mio padre, che è tonto forte, una volta mi rispose alla domanda “papà, che lavoro fai?” dicendo che lui di mestiere scriveva bugie. Così, nel tema di spagnolo, scrissi che mio papà era giornalista e scriveva bugie nei giornali. La maestra era un po’ perplessa dal fatto che una bambina piccola potesse già essere così cinica. Io non ero cinica, avevo solo scritto ciò che mi aveva detto papà. Lui lo raccontava spesso alle cene con gli amici, quasi sempre giornalisti, e ridevano come matti del nostro aneddoto.
Io sorrido sempre quando sento frasi di sfuggita nel bar tipo “i giornali non ci dicono la verità” o “i giornali mentono” e penso a papà.
Non è vero che i giornali mentano. Può mentire un singolo giornalista, se non ha etica. Ma non un giornale. Se un giornale pubblica una bugia o un fatto falso, perde credibilità, e se perde credibilità perde lettori, e se perde lettori perde gli inserzionisti pubblicitari e poi chiude. Attenzione, io parlo di giornali, non di siti di notizie. Che penso siano cose ben diverse.
Papà mi ha insegnato che è importante leggere diversi giornali, anche esteri. Perché se ci sono inesattezze, uno se ne accorge. In casa eravamo inondati di giornali. Ogni giorno. Io sono cresciuta leggendo quelli insieme a lui. Mi lasciava notizie, articoli, reportage sul tavolo. Mi diceva leggi questo, leggi quest’altro. Mi evidenziava testi e mi rittagliava pagine. E io leggevo. Tanto. E guardavamo il telegiornale insieme. E ci informavamo insieme. Veramente mi informavo io. Lui si informava in modo diverso. E quando chiedevo, papà, ma secondo te questo fatto è così? Lui mi diceva che altri giornali lo avevano raccontato in modo diverso. Che avrei dovuto cercare di capire. E quindi andavo a leggere altro per capire. Ed era vero. Una stessa notizia raccontata in modo diametralmente opposta. E a volte ne leggevo un terzo, e un quarto. E lo sguardo era sempre diverso. E così che mi insegnò a formarmi una opinione plurale. Leggendo più giornali, sentendo più voci. Dando il peso giusto a ognuna di esse.
In Spagna leggevo la Vanguardia, El País e El Mundo. In Germania adoravo il süddeutsche Zeitung, il Welt e il Frankfurter Allgemeine, che leggevo online nel viaggio in tram. Papà una volta mi disse di leggere anche il Bild. Che schiffo papà, quello con la foto ogni giorno della ragazza in topless? Si, quello. Quello leggilo spesso perché è importante. Ma dici davvero? Ma non è super populista? Si, proprio per quello va letto. I giornali populisti vanno letti, per ultimo, dopo che hai letto gli altri. Va bene, se lo dici tu. E io allucinavo quando lo leggevo e pensavo, ma che cavolo sta scritto? Ma cosa è questa visione semplicistica di questo fatto? Ma come si può omettere così tanto? Ma pensano che i loro lettori siano stupidi o cosa? Si, alcuni giornali lo pensano. E si dirigono proprio a loro.
C’è gente che legge sempre e solo un unico giornale, quello che magari va anche in linea col suo pensiero politico, o quello che magari si leggeva nella loro famiglia. Io mi chiedo come si possa essere così settario.
Si parla spesso di diritto alla informazione, secondo me dovrebbe essere un dovere. Perché informarsi bene è una scelta personale. Essere informati male no. Perché se è vero che ognuno si beve l’acqua del proprio bicchiere, c’è chi se la versa da solo e chi se la fa versare. E c’è chi se la beve direttamente dalla bottiglia. O dalla fontana, che dicono sia sempre la più buona. C’è chi non beve affatto. Ma poi si lamenta che ha sete.
In casa siamo cresciute con papà. Mamma lavorava fuori, papà scriveva da casa. Perché diceva che in redazione non si concentrava. Invece a casa con noi si. Quindi stava a casa e poi si faceva la passeggiata sino al giornale per essere alla chiusura della edizione. Che mi diceva essere il momento più bello. Quando si incontravano tutti per revisare testi, dati, grafici e poi qualcuno dava l’OK e si andava in stampa.
Oggi con papà invece abbiamo parlato della sua altra passione, l’editoria. Ed è stato un pranzo bellissimo. Non abbiamo parlato delle bugie dei giornali, ma di libri ed editori. E della autoedizione.
Mi piace papà, c’è sempre tanto da imparare da lui.