Una serata allucinante

Ciao a tutti, che si dice?

Io oggi sto proprio male.

Oh no Clara, una altra crisi esistenziale?

No raga. Non è quello. È peggio. È che ieri sono uscita con Arcangela. Io non vi dico che serata allucinante. Noi dovevamo solo andare a mangiare una cosa al minibar, ma poi il programma ha preso vita propria e ora ho un mal di testa monumentale.

Allora il fatto è che sono andata al lungomare ad aspettare Arcangela per farla parcheggiare nel garage del b&b. Così non li rubano la macchina e può tornare a Trani e non me la devo tenere a vita a Molfetta. Che poi queste cose vanno così, rimane per una notte e il giorno dopo hai già lo spazzolino e la valigia in casa. E io non voglio vivere con Arcangela perché poi iniziaremo a litigare e a me non piace litigare con le amiche. Quindi niente.

Vado al lungomare ad aprire il garage e mi accorgo che non ho preso le chiavi della macchina, dove ho attaccata insieme la chiave del garage. Ma perché. Perché. Perché devo sempre dimenticare le chiavi? Niente. Fa niente.

Siccome so già che arriverà in ritardo perché qualche casino li succederà, decido di fare la cosa migliore che so fare. Attendere. Ecco. Me ne vado all’osteria accanto al garage e chiedo un calice e mi siedo fuori. Ad aspettare. Bevo e aspetto aspetto e bevo.

Esce la ragazza della osteria e mi versa un altro calice. Li dico che non ho cenato e che sto rischiando. Mi dice che siccome fa freddo, così mi riscaldo. Quello è il mio problema. Che devo imparare a dire no.

Niente, sto già al secondo calice, quando arriva un ospite del garage. Eccoti qua. Aspettavo proprio te, penso. Mi infilo nel garage e li dico Senta, non chiuda a chiave, che ho dimenticato le chiavi e sto aspettando la mia amica di Trani che viene a parcheggiare. Va bene, mi risponde.

Niente. Inizio a chiudere il cancello e mi dice se vuole che lo chiuda lui. Li dico di no, che non serve, faccio da sola. A me non piace che mi aprano né mi chiudano le porte. Va bene. Buonasera. E se ne va. In quel momento mi accorgo che ho ancora il calice di vino in mano. Così chiudo il cancello con una mano. Che sudata, quanto è pesante. Però ce l’ho fatta. Sono orgogliosa di me stessa. Sono riuscita a chiudere il garage con una mano e un calice di rosé nell’altra. Che stile. Che classe. Insomma. Spero che non mi abbia visto nessuno.

Ay raga che a Molfetta City non esiste che non ti veda nessuno. Che sto già seduta di nuovo con il mio calice e arriva il direttore della filiale della banca. Lo saluto e guardo al cielo pregando perché non mi venda nessuna assicurazione. Io non voglio altre assicurazioni. Non voglio. Non è giusto. Ne ho troppe. Basta. Se cerca di vendermi una assicurazione li svuoto il calice in testa. Punto.

Aproffitto per lamentarmi dell’attesa della banca e li dico che devono mettere la macchinetta automatica per i versamenti. Che non si può andare avanti così. Mi dice che stanno provvedendo. Bravi. Poi arriva Arcangela e parcheggia. Gliela presento. Fra me e me penso che spero che non la convinca ad aprirsi un conto. Sarebbe una tragedia. Perché se solo lei dicesse si, secondo me tirerebbe fuori le carte in quel momento e inizierebbe a compilarle a mano nel Lungomare, col rumore del mare e la luce della luna. Che cosa romantica. Arcangela si innamorerebbe della Bper ipso facto, che la conosco. E No. Non è possibile, noi dobbiamo andare a cena, e non possiamo stare lì a perdere tempo col direttore per aprire un conto. Io ho fame. Se uno vuole un conto va in filiale. Punto. Non è giusto.

Per fortuna non li chiede di aprire un conto quindi dopo una chiacchierata il direttore se ne va, e noi possiamo raggiungere il nostro obiettivo. Ovvero andare a mangiare una cosa noi due. Però Arcangela decide di bere anche lei un calice quindi niente. Io so già che oggi finiamo male.

Insomma, iniziamo a camminare e mi accorgo che quelli del minibar non mi hanno risposto per la prenotazione del tavolo, anzi, forse mi hanno risposto ma siccome ho il telefono scarico non ho modo di vedere. E siccome mi gira già la testa decidiamo di fermarci al chotto chotto che tanto è lì. Devo fare vedere il green pass e ho il telefono scarico, chiedo se me lo caricano loro. Si. Che tipo sei? IPhone? No, mai. Io sono Tipo C. C Di Clara.

Lascio li il mio telefono e ci sediamo al tavolino. La cameriera mi dice che quello è il mio tavolo ormai. Hahahhaaha. Che cosa bella. Ho un tavolo tutto mio al chotto chotto. Secondo voi posso fare incidere il mio nome? Si può fare?

Insomma, vado verso il bagno e mentre cerco di capire la differenza fra maschi e femmine perché il cartello è di design, sento ciao Clara! No raga. Ma perché devo trovare sempre gente in questa città proprio quando sono ubriaca? Perché? Ciao Ciao Gianni! Che sfiga. Che sfiga. Insomma esco dal bagno e cerco di camminare dritta. Non è facile dopo 2 calici a stomaco vuoto. Ci provo. Faccio dal mio meglio. Bene, raggiungo il mio tavolo ed Arcangela senza cadere. Ecco. Ordiniamo il niam niam. La cameriera mi guarda, guarda Arcangela, e poi dice, ah! tua sorella. Che emozione. Arcangela e io ci guardiamo. Che bello!!!!!!! Che bello!!!!!!!! Li diciamo di no, che siamo amiche. E lei dice che assomigliamo un sacco. Ragazzi che cosa bella. È la mia cameriera preferita del mondo. Mi sono innamorata. Insomma. Ora di ordinare il glu glu.

Ci manda Marcello. Cosa volete? Raga non mi ricordo cosa li abbiamo detto. Della bottiglia mi ricordo solo il nome. Les enfants terribles. Mi chiedo se Marcello lo avrà letto il libro. Secondo me si. I sommelier leggono tanto. E lui sembra un serio sommelier.

Insomma. Iniziamo a bere e a mangiare, quando arriva di nuovo Marcello. No raga no. Marcello non mi vendere una altra bottiglia che io domani devo lavorare. Ay raga. Ay raga che dice non so che cosa di due grammi. Ay raga che penso che Marcello mi vuole vendere la droga. Ma ci rendiamo conto? Molfetta non è Barcelona per favore. Ma stiamo scherzando? Ma per chi ci hai preso? Decido di ascoltare meglio e cercare di capire perché sicuramente sono io che ho capito male. In effetto. Ci vuole vendere 2 grammi di tartufo da gratuggiare sul roll fusion che abbiamo ordinato che è a base di funghi.

Arci amore, vuoi il tartufo? No. Va bene. Niente tartufo. Marcello va via. Oggi non ha raggiunto l’obiettivo vendite mi sa.

Arci amore come mai non vuoi il tartufo? Aveva un prezzo molto competitivo. Arci mi guarda e dice che lei mangia solo tartufo bianco. E quello offerto era nero. Penso che è un po’ razzista nei confronti dei tartufi ma va bene. Ognuno è come è. E poi comunque anche io preferisco il tartufo bianco. Secondo me se danno la possibilità di scegliere fra i due, Marcello vende di più.

Insomma, continuamo a parlare delle cose nostre e arriva Gianluigi al tavolo. Li presento la mia amica. E poi li faccio i complimenti perché ha portato i Percebes a Molfetta ed è l’unico ristorante che li vende. A me i Percebes rendono felice. Mi ricordano le cene con i miei.

Insomma anche lui mi fa i complimenti e mi dice che mi vede in forma. Fra me e me penso che è merito suo, perché al Bit le porzione sono un po’ “a little bit”, al chotto chotto mangi sushi e non ingrassi, e il pole pole è chiuso l’inverno. Io spero non apra mai una friggitoria e la chiami Friggi Gigi perché allora raga cambierò forma in tre giorni. E poi a me dispiace per il ragazzo perché sta sempre a lavorare. E non me lo vedo dietro la friggitrice con tutta la gente che ordina e ordina e lui che frigge e frigge. E poi uscirebbe da lì con odore a fritto e quando arriverebbe al Bloom a lavorare nelle sue serate, tutte le ragazze con apprensione per l’odore di fritto scaperebbero via, e con loro scaperebbero i fidanzati e perderebbe un sacco di vendite. Anche se pensandoci bene se lui apre Friggi Gigi sicuro che mette la cappa più aspirante al mondo e non si sentirebbe alcun odore di fritto. Sarebbe la migliore friggitoria di Molfetta.

Ora scappo, dopo vi racconto il resto della serata

Pubblicato da Clara Roglan Macias

Sono Clara, spagnola e catalana di origine, "tedesca" ed "italiana" di adozione. Sono mamma di 3 bambini felici e 2 aziende che mi mancano da morire. Ho iniziato a scrivere durante la mia quarantena, e mi fa bene.

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